Se uno costituisce una società alle Cayman lo fa per due motivi: perché può avere la ragionevale certezza che il proprio nome non sia associato a una certa operazione finanziaria (per esempio, al possesso di una partecipazione azionaria) e perché sa che, in caso di violazione della legge, dall'autorità giudiziaria delle Isole del Caimano non verrà mai alcun tipo di collaborazione. Non a caso alle Cayman Calisto Tanzi aveva domiciliato la Bonlat, dove aveva appostato, con un sistema di falsa contabilità, una liquidità fittizia di oltre 4 miliardi di euro. Le Cayman sono infatti un paradiso fiscale e penale tra i più impenetrabili.
Per sottrarsi al Fisco non c'è bisogno di andare tanto lontano, basta costituire una holding in Svizzera o in Lussemburgo. Ma la Svizzera offre tutte le garanzie di riservatezza finché non si commettono reati, e anche in Lussemburgo non si può più stare tranquilli come una volta. Persino l'Austria, che quanto a segretezza non scherza, ha collaborato di recente all'inchiesta sui fondi neri della Siemens. Se uno ha veramente un segreto da coltivare, qualcosa da tenere nascosto, un patrimonio ingente di cui vuol far perdere le tracce, allora si rifugia alle Cayman, a Cipro, a Singapore, perché mai nulla trapelerà dal segreto bancario di questi Paesi, perché le Cayman non effettuano controlli sui cambi e sui trasferimenti internazionali di fondi.
Questa è la principale molla che spinge persone fisiche e società di tutto il mondo a recarsi da quelle parti.
Questo dobbiamo presumere sia uno dei motivi che hanno indotto i promotori di The Oak Fund a cercare riparo alle Cayman.
L'Oak Fund - ritornato alla ribalta dopo la pubblicazione, il 22 luglio, della seconda puntata dell'intervista di Giuseppe D'Avanzo all'ex capo della sicurezza della Telecom, Giualiano Tavaroli - era domiciliato presso uno dei tanti centri servizi delle Isole Cayman: uffici nei quali centinaia di società intestate a un fiduciario, costituite con qualche dollaro di capitale, che non depositano il bilancio, dispongono di una casella postale e di una centralinista che risponde.
L'interrogativo che circolò nel 1999, durante la scalata della Olivetti alla Telecom, fu come mai una quota della Bell, la società lussemburghese che deteneva il controllo del gruppo di Ivrea, fosse finita a questo oscuro "fondo" caraibico. Le illazioni si sprecarono, anche perché Oak significa quercia e a quei tempi la Quercia era il partito di Massimo D'Alema, che da presidente del Consiglio aveva incoraggiato la scalata della Olivetti spendendo parole di apprezzamento per i "capitani coraggiosi" (alias Roberto Colaninno, Emilio Gnutti e i circa 200 imprenditori bresciani che avevano investito nella Hopa).
Intorno all'Oak fund fiorirono leggende metropolitane, dentro e fuori la Telecom. Durante un incontro che (io e Giovanni Pons) avemmo a Roma tra la primavera e l'estate del 2001, mentre lavoravamo a "L'Affare Telecom", la persona con cui eravamo a colloquio lasciò scivolare il discorso sull'Oak Fund e su un conto alle Cayman ad esso collegato che sarebbe stato nella disponilità di due alti dirigenti dei Ds. L'affermazione ci fece sobbalzare, perché era la prima volta che ne sentivamo parlare in oltre un anno di ricerche. Cercammo per quanto potemmo di approfondire l'argomento e quel poco che venimmo a sapere lo scrivemmo nel libro. Ma una verifica era praticamente impossibile. Dalle Cayman, com'era ovvio, non si cavò un ragno dal buco, e la fonte che ci aveva trasmesso l'indiscrezione non aveva elementi che potessero metterci sulla pista. Ci disse solo che quelle voci circolavano nei corridoi della Telecom: poco per prendere in considerazione una "bomba" del genere. Non che l'Oak fund non presentasse stranezze. Ci incuriosì molto l'intervista di Gnutti al "Corriere della sera" del 6 marzo 1999, raccolta da Vittorio Malagutti, secondo il quale l'Oak fund sarebbe stato un fondo chiuso gestito da Giorgio Magnoni (fratello di Ruggero, vicepresidente europeo della Lehman Brothers), in cui avevano investito diverse banche. Di più, però, non riuscimmo a sapere. Quando poi esplose lo scandalo Telekom Serbia (le presunte tangenti che Slobodan Milosevic avrebbe girato a politici italiani in cambio dell'acquisto della società telefonica serba da parte di Telecom Italia; circostanza mai provata) non ci pentimmo di esserci mossi con i piedi di piombo. Chi aveva tentato di indirizzare le nostre ricerche sull'Oak Fund risultò coinvolto in un'azione di depistaggio volta a dimostrare che l'acquisizione della Telekom Serbia era stata pilotata da Romano Prodi. La stessa persona testimoniò davanti alla Commissione parlamentare d'inchiesta sul caso Telekom Serbia e risultò vicina a Carla Cico, l'allora amministratore delegato di Brasil Telecom. La Cico sarebbe stata testimone di una riunione con uno dei mediatori dell'affare Telecom Serbia e successivamente fu coinvolta in una storia di spionaggio industriale accanto al finanziere brasiliano Daniel Dantas. Attraverso un gruppo di fondi e con il sostengo di Citibank, Dantas disponeva di una serie di poteri speciali in Brasil Telecom che gli conferivano il controllo di fatto della società nonostante Telecom Italia ne possedesse la maggioranza relativa. Tra il finanziere brasiliano e Telecom Italia esplose un conflitto insanabile, prima durante la gestione Colaninno e poi all'epoca di Marco Tronchetti Provera, che fu combattuto senza esclusione di colpi. Per cercare di incastrare Colaninno, la Cico d'accordo con Dantas ingaggiò la Kroll, l'agenzia investigativa privata americana, di cui continuò a servirsi anche in seguito per spiare Tronchetti e signora (Afef Jnifen). Insomma, la storia raccontata da Tavaroli nell'intervista a D'Avanzo - ovvero che Piero Fassino e Nicola Rossi sarebbero stati i beneficiari di un conto londinese di The Oak Fund - è una bufala che circolava già, con qualche variante, tra il '99 e il 2000 in ambienti del centro-destra probabilmente legati ai servizi, ed è una storia in cui sia io che Pons non abbiamo mai creduto, anche perché non trovammo nulla che la confermasse. Ciò non esclude che per l'Oak Fund o per qualche altra scatola vuota della Telecom non possa essere transitato un finanziamento a un partito o a un esponente politico. Inducono a pensar male le molte operazioni anomale che caratterizzarono la gestione di Colaninno: dalla cessione in Borsa dello 0,46% di Telecom poco prima del lancio dell'Opa, all'acquisto dell'1% di Tim da parte della stessa Telecom deliberato in pieno agosto; dalla fusione Seat-Tin.it, all'acquisizione del 30% di Globo.com in Brasile. Il sospetto che qualcuno ci abbia guadagnato illecitamente è fondato. Ma per sciogliere il rebus, se mai si riuscirà, bisognerebbe condurre ricerche a più ampio raggio e non solo in direzione dell'Oak Fund. Con questa dichiarazione palesemente falsa agli occhi di chi segue da anni le vicende Telecom, che colpisce due uomini al di sopra di ogni sospetto, come Fassino e Rossi, Tavaroli probabilmente ha inteso lanciare un monito ai beneficiari occulti della scalata del secolo. Un messaggio a nuora perché suocera intenda.©RIPRODUZIONE RISERVATA

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