Mafia, politica e affari: Cosa nostra si batte trasformando l’amministrazione pubblica in una casa di vetro. Un palermitano racconta…

Quanto continua a pesare la contiguità tra politica e criminalità organizzata, chiede Barbara Fiammeri a Giuseppe Pisanu sul Sole-24 Ore del 13 maggio 2010? "E' in atto – risponde il presidente della Commissione antimafia – una gigantesca metamorfosi. Le mafie stanno invadendo silenziosaitente l'economia legale e spaziano ormai dai settori tradizionali alle energie altemative, alle nanotecnologie e alla finanza pura. Avanza una estesa borghesia mafiosa fatta di liberi professionisti, imprenditori e finanzieri spesso collusa con il mondo politico ad ogni livello che, di fatto, integra e occulta il sistema criminale nella società civile. Contrastare questo processo sarà sempre più difficile e, comunque, dovremo affinare la stessa legislazione antimafia, focalizzandola anche sulla prevenzione e repressione dei reati economico-finanziari".
Ha ragione Pisanu anche se la questione che solleva non è affatto una novità. L'area dei "colletti bianchi" che vivono in simbiosi con la mafia e ne costituiscono il prolungamento nel mondo delle attività legali rappresenta una vera e propria borghesia mafiosa ben mimetizzata nella società e per questo difficilmente perseguibile con il solo reato di concorso esterno. Pisanu, però, parla in generale di mafie.


Sarebbe importante capire come si declina il discorso per singole organizzazioni criminali. Oggi si parla molto di 'Ndrangheta e Camorra e poco o niente di Cosa nostra se si eccettuano le dichiarazioni dei pentiti e le ricostruzioni di personaggi come Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco di Palermo. Si legge molto sui giornali della trattativa mafia-Stato ingaggiata dalle istituzioni nel periodo delle stragi, ma s'è finito per perdere di vista Cosa nostra nel suo rapporto con la quotidianità. Qui sta il nodo della questione. La longevità della mafia siciliana rispetto al resto del crimine organizzato è storicamente determinata da due fattori: il primo è la sua eccezionale forza di adattamento all'ambiente circostante, la sua capacità di innestare, come diceva Giovanni Falcone, valori arcaici nella modernità, il suo formidabile radicamento nella società civile; il secondo è il suo essere parte integrante del sistema di potere, il saper piegare di continuo ai propri interessi la politica e le istituzioni. Qui sta la particolarità della mafia siciliana. Come sostiene Falcone nel bel libro-intervista di Marcelle Padovani,  "Cose di Cosa nostra" (una sorta di testamento culturale del magistrato palermitano raccolto poco prima della sua morte dalla corrispondente italiana del "Nouvelle Observateur"), "la mescolanza tra società sana e società mafiosa a Palermo è sotto gli occhi di tutti e l'infiltrazione di Cosa nostra costituisce la realtà di ogni giorno". Forse è questo che oggi abbiamo perso di vista come cittadini e come mezzi d'informazione. Leggiamo titoloni a ogni dichiarazione di Ciancimino e a ogni frase dello Spatuzza e del Graviano di turno,  ma poco o niente raccontano i giornali nazionali della quotidianità di Cosa nostra, della sua forza di intimidazione, della condiscenza sociale a ogni suo atto di prepotenza.
A questo proposito riporto il contenuto di una conversazione con un caro amico palermitano dei tempi del liceo con il quale avevo affrontanto questi argomenti, casualmente, qualche sera fa. E' una conversazione che nella sua disarmante semplicità ci spiega appunto quella "realtà di ogni giorno" di cui parlava Falcone, che rappresenta ancora oggi il principale alimento di Cosa nostra, la sua forza riproduttiva.  
Mi dice l'amico: "Avevo una casa in campagna vicino a Monreale, una casa di famiglia. L'ho venduta a mio nipote. Non ne potevo più di tutte quelle angherie".
Cosa ti chiedevano, il pizzo?
"Figurati che a mia sorella le hanno avvelenato i cani, le bucano in continuazione le gomme dell'auto. Lì è tutto un casino…figurati che quando il padre era agli arresti domiciliari [il padre del proprietario di una casa vicina] i carabinieri ci andavano un giorno sì e un giorno no e lui sopraelevava abusivamente l'abitazione. Non so proprio cosa pensare, ormai. Io me ne scappai, non le sopporto queste cose…".
Ma è pazzesco quello che dici…
"Figurati che mia nipote ha comperato un magazzino vicino alla [loro] casa e questi l'hanno preso come uno sgarbo…".
La mafia è questo, prima di tutto intimidazione.
"L'indomani le hanno detto: adesso andiamo dal notaio e fai subito un atto a nostro favore…"
Non vogliono intrusi.
"Già. Però a me piace sottolineare che senza questa capillarità non esisterebbe proprio la mafia. La sua forza è la condiscendenza, una rete di rapporti pseudoamicali che coinvolge tutti o quasi".
Mi piace questo concetto, me lo annoto…
"Devi scrivere allora che la grande forza della mafia è l'Amicizia….".
Con la A maiuscola?
"…il distorto senso dell'amicizia. Amicizia nel senso di protezione".
La mafia offre servizi di protezione, infatti…
"Dalle nostre parti ci sono parole che ci si guarda bene dal pronunciare. Amico è una di queste".
E poi quali altre?
"Famiglia, onore. La frase 'è un amico' qui vuol dire tutt'altra cosa".
I significati di queste parole sono rovesciati in Sicilia.
"Per non parlare della politica. Qui si vota solo l'Amico che poi ti servirà. Ecco la forza della mafia. Sembra una cosa piccola, ma sono le radici sottilissime di un albero enorme".
Già.
"Chi guarda solo l'aspetto criminale o solo quello affaristico o solo quello politico
perde l'essenza della mafia. Che è sociale".
Da quanto tempo elabori queste idee? Mi sembrano qualcosa di più che il frutto di una semplice osservazione.
"Continuo a interrogarmi su cosa possa intaccare questo sistema. Qui devi osservare per forza. Ci inciampi ogni giorno".
Tu appartieni a quella categoria, rara, di siciliani i quali credono che le idee cambino il mondo. Anch'io sono come te.
"Magari fosse così semplice. Purtroppo non è così. Ancora non l'ho trovato quello che cambia lo stato delle cose".
Purtroppo la maggior parte delle persone non crede più nella forza delle idee.
"Sicuramente Leoluca Orlando aveva ben cominciato…"
Orlando è il passato, oramai.
"Però quando diceva che la prima cosa che deve fare un sindaco a Palermo è non avere amici e non frequentare salotti aveva ragione da vendere".
Già.
"Ma anche lui è stato malamente fagocitato. Posso farti una domanda a freddo, visto che si parla di osservazioni…"
Si, certo.
"Secondo te, chi ha ucciso Piersanti Mattarella"?
La tua domanda ha un sottinteso. In realtà mi stai chiedendo chi sono i mandanti dell'omicidio dell'ex presidente della Regione Sicilia. Allora, seguendo il tuo sillogismo, siccome Mattarella s'era sganciato dal sistema di potere e voleva cambiare la Regione, la mafia lo ha soppresso ma la mente stava più in alto. Cosa nostra ha eseguito un ordine venuto dal livello…diciamo…politico. E questo che pensi, lo so. E siccome in quel periodo (il mondo era ancora divisio in blocchi) la mafia era utilizzata in funzione …diciamo…anticomunista…è possibile che vi sia stato anche lo zampino dei servizi segreti.
"Tagliamo corto. Mattarella fu ucciso dai suoi amici e compagni di partito, il resto sono balle. Questo penso".
Nel partito allora dominavano uomini come Vito Ciancimino e Salvo Lima.
"Sai cosa voleva fare Mattarella? La più grande azione antimafia che possa esistere, l'unica che la spazzerebbe via in meno di un anno".
Vale a dire?
"L'amministrazione trasparente. Mattarella per me è l'esempio lampante di come un pubblico amministratore può battere la mafia. Deve solo riuscire a non farsi ammazzare".
La mafia sta nell'apparato burocratico della Regione…
"La mafia è la Regione"!
Anch'io ne sono convinto. Ti ricordi l'omicidio Bonsignore?
"Certo, 9 maggio".
Anche lui ucciso il 9 maggio, come Aldo Moro e Peppino Impastato? Non ci pensavo.
"Del 1990. Anche lui morto sullo stesso fronte".
Hai letto le carte del processo Andreotti? Andreotti aveva promesso al capo della mafia, Stefano Bontate, che ci avrebbe pensato lui a far fuori Mattarella, con mezzi politici. Invece Bontate diede lo stesso l'ordine di ammazzarlo e Andreotti tornò da lui dopo l'omicidio per lamentarsene.
"Mattarella era di sicuro uno di quegli uomini che possono far fuori la mafia. Oggi abbiamo il sindaco di Palermo, Diego Cammarata, che appende santini all'albero Falcone".
E' un personaggio folkloristico che ha fatto danni alla città di Palermo, incalcolabili.
"Già. E chissà quando finirà".
E di Lombardo cosa pensi?   
"Pensando al presidente della Regione mi viene in mente solo una frase: non si gioca con i bari".
Fine della conversazione.

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A mali estremi estremi rimedi.

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